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Il Papa e Trump: tre lezioni di digitale per le PMI

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Tre domande che ogni imprenditore dovrebbe farsi prima di delegare il proprio digitale a una macchina.

Venerdì 12 giugno, migliaia di aziende nel mondo si sono trovate fuori da uno strumento su cui avevano costruito flussi di lavoro, contenuti, assistenza clienti. Senza preavviso. Anthropic — la società che produce Claude, uno degli assistenti IA più usati al mondo — ha disabilitato i suoi modelli più avanzati per conformarsi a una direttiva del governo americano che citava ragioni di sicurezza nazionale. Una disputa geopolitica tra un’azienda privata e l’amministrazione Trump. Il conto lo hanno pagato gli utenti.

È la stessa settimana in cui si è parlato molto della prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, dedicata all’intelligenza artificiale. Al di là del contesto religioso, contiene alcune osservazioni sul digitale che valgono oro per chi gestisce un’impresa.

Non è un caso che a fare da ponte tra il Vaticano e il mondo dell’innovazione ci sia una figura come Paolo Benanti — teologo francescano, unico italiano nel Comitato sull’Intelligenza Artificiale delle Nazioni Unite, presidente della Commissione AI per l’informazione in Italia e uno dei riferimenti europei più ascoltati sull’etica delle tecnologie. È lui ad aver coniato il termine algoretica — un’etica degli algoritmi — e a ricordarci che “l’etica non deve essere percepita come un freno dell’innovazione, ma come una bussola per orientare la trasformazione digitale verso il bene comune.”

Ne ho selezionate tre. Niente teologia. Solo domande pratiche.


1. L’IA che usi riflette i valori di qualcun altro

Ogni strumento di intelligenza artificiale è stato costruito da qualcuno, addestrato su certi dati, con certe priorità. Quando lo usi per rispondere ai clienti, scrivere i tuoi contenuti o filtrare le candidature, stai applicando — senza saperlo — le scelte culturali ed etiche di chi lo ha progettato.

L’enciclica lo dice in modo diretto: ogni sistema porta con sé ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza. E rispecchia inevitabilmente i parametri — con tutti i pregi e i difetti — di chi lo ha costruito e addestrato.

La domanda concreta: sai come risponde il tuo chatbot quando un cliente è arrabbiato? Hai mai letto cosa scrive davvero quando gli chiedi di gestire un reclamo? Hai controllato che il tono dei tuoi contenuti generati dall’IA sia coerente con i valori del tuo brand?

Non si tratta di essere contro l’IA. Si tratta di sapere cosa stai mettendo in faccia alla tua azienda.


2. Se non hai asset tuoi, non hai niente

Meta può dimezzare la tua reach domani mattina. Google può aggiornare l’algoritmo e far sparire il tuo sito dai risultati. Ma quello che è successo venerdì 12 giugno con Anthropic — la società che produce Claude, uno degli strumenti di IA più usati al mondo — è ancora più istruttivo.

Anthropic ha disabilitato l’accesso ai suoi due modelli più avanzati per tutti i propri clienti nel mondo, nel giro di poche ore, per conformarsi a una direttiva del governo americano che citava ragioni di sicurezza nazionale. Non un bug, non un’interruzione tecnica. Un ordine. E tutti gli utenti — aziende incluse — si sono trovati fuori, senza preavviso.

La storia dietro è lunga: il CEO di Anthropic aveva rifiutato di consentire l’uso dei propri modelli per armi autonome o per la sorveglianza di massa, e questo aveva scatenato uno scontro con l’amministrazione Trump, che aveva già ordinato alle agenzie federali di smettere di usare i prodotti dell’azienda. Una disputa geopolitica tra un’azienda privata e un governo. Il risultato, però, lo hanno pagato gli utenti di tutto il mondo, bloccati senza preavviso da uno strumento su cui magari avevano costruito flussi di lavoro, contenuti, assistenza clienti.

Anthropic, in questa vicenda, ha tenuto una posizione eticamente coerente. Ma il punto non è chi ha ragione: è che nessuno strumento esterno è davvero tuo. Può sparire, cambiare, essere oscurato per ragioni che non ti riguardano e che non puoi controllare.

Vale lo stesso per i tuoi follower su Instagram, per le tue campagne su Meta, per la tua visibilità su Google. Chi possiede i dati, possiede le regole. E i dati dei tuoi clienti su queste piattaforme non sono tuoi.

La domanda concreta: se domani uno degli strumenti su cui si regge il tuo digitale venisse oscurato, quanto tempo impiegheresti a riprenderti? Hai una lista email? Un CRM con i contatti dei tuoi clienti? Un sito che porta traffico organico indipendentemente da Meta o Google?

Costruire asset digitali propri non è una scelta da grandi aziende. È una scelta di sopravvivenza.


3. “Local” non è un limite. È il nostro vantaggio.

Le grandi piattaforme e i grandi brand hanno un problema che noi non abbiamo: non possono permettersi di essere umani. Devono scalare, automatizzare, standardizzare. Ogni interazione deve funzionare per milioni di persone contemporaneamente, in lingue diverse, in contesti diversi, senza eccezioni.

Noi no.

Noi conosciamo i nostri clienti per nome. Sappiamo dove hanno il magazzino, quando hanno cambiato fornitore, perché l’anno scorso hanno rimandato l’investimento. Possiamo chiamare invece di mandare una email automatica. Possiamo fare un’eccezione perché conosciamo la storia dietro la richiesta.

“Local” non significa provinciale. Significa radicato. Significa che quando un cliente ha un problema, risponde una persona — non un ticket. Significa che la fiducia si costruisce nel tempo, in un territorio, con una reputazione che si tocca con mano.

Quella capacità di relazione reale non si automatizza. Un algoritmo può imitare l’empatia, ma non la vive. E il mercato, dopo anni di chatbot e risposte preconfezionate, inizia a sentire la differenza — e a cercare esattamente quello che noi abbiamo sempre fatto.

La domanda concreta: nel nostro digitale, stiamo valorizzando questo radicamento locale oppure lo stiamo nascondendo, cercando di sembrare qualcosa che non siamo? La nostra presenza online racconta chi siamo davvero — o imita le grandi aziende che non potremo mai essere, e non dovremmo voler essere?

Essere local, oggi, è un posizionamento. Non una scusa.


In sintesi

Non serve essere contro l’IA o contro le piattaforme. Serve usarle con consapevolezza.

Controlla cosa dice l’IA al posto tuo. Costruisci qualcosa che nessuno ti può togliere. E valorizza il tuo radicamento locale come punto di forza, non come limite da nascondere.

Un’enciclica papale e un caso geopolitico da prima pagina ci ricordano la stessa cosa: le tecnologie cambiano, i governi decidono, le piattaforme chiudono i rubinetti. Quello che resta è ciò che hai costruito davvero — relazioni, fiducia, presenza propria.


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